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Ancora tensioni in Libia,Clinton:pronti ad aiutare il popolo

Un miracolo. Almeno per i 121 italiani che sono riusciti a tornare nel nostro Paese dalla Libia a bordo della nave della marina militare italiana San Giorgio arrivata questa mattina a Catania. Con loro sono ormai lontani da Misurata altre 137 persone di altra nazionalità. Uno di loro, Francesco Baldassare, 34 anni, è tornato con il padre Gino di 54. Entrambi lavoravano per la "Tecnomontagggi". E' proprio Francesco a parlare di miracolo. "Lì cominciava ad essere triste", aggiunge. Poi racconta delle difficoltà avute: "Entrare sulla nave è stato un pò problematico. Ci fermavano ai posti di blocco, erano armati, comunque ci hanno scortati e sentivamo dire che a 15 chilometri da noi stavano bombardando l’aeroporto di Misurata". Ma assicura che la situazione nel campo dove erano ospitati "era abbastanza tranquilla. I libici ci hanno trattati bene". Un altrom, Graziano Gallocchio di Padova, però, parla di situazione critica: "Personalmente non avevo quasi più niente da mangiare. Giorno dopo giorno aspettavamo di andare via". E aggiunge: "Dopo essere saliti su un mezzo da sbarco prima di imbarcarci sulla San Giorgio, molte persone ci hanno detto di riferire che tutto quello che sta dicendo Gheddafi sono tutte menzogne. Ci hanno dato da bere e da mangiare, ci hanno dato i giubbotti. Insomma ci hanno trattato bene. Contro gli italiani non hanno niente"

Trattato sospeso Nonostante il Trattato d'amicizia tra Italia e Libia, il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha assicurato che il nostro Paese non ha alcun vincolo che gli impedirebbe di intraprendere azioni contro Gheddafi: "La sospensione di fatto del Trattato è già una realtà". A Skytg24, Frattini ha detto che la situazione in Libia è a un "punto di non ritorno" e che è "inevitabile" che Gheddafi se ne vada.

Emergenza umanitaria Con la San Giorgio sono rientrati quasi tutti gli italiani che erano in Libia. Per le "poche decine" che, secondo la Farnesina, sono ancora nel Paese, il ritorno in Italia dovrebbe avvenire nelle prossime ore, come assicura il portavoce del Ministero degli Esteri, Maurizio Massari. Circa venticinque connazionali sono bloccati ad Amal, senza vivere, ma alcuni sono stati finalmente evacuati con un aereo militare britannico a Creta. Gli altri hanno invece raggiunto via terra il porto di Al Byraukah, dove dovrebbero essere presto imbarcati sul cacciatorpediniere Mimbelli, insieme ad altri cittadini europei ed extraeuropei. Intanto la Mezzaluna Rossa parla di crisi umanitaria. Sarebbero infatti più di 10.000 le persone, in maggioranza egiziani, che ieri sono fuggite ieri dalla Libia verso la Tunisia, attraverso il principale valico di frontiera di Ras Jedir. In una settimana la frontiera è stata passata da ben 40.000, mentre sono 100.000 quelli che hanno lasciato la Libia secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Monji Slim, Presidente del comitato regionale della Mezzaluna Rossa di Ben Guerdane ha detto: "Le capacità di accoglienza sono ormai superate, la gente dorme all’aperto. Lancio un forte appello perché tutti ci aiutino a risolvere questo problema".

Bengasi, creato un Consiglio nazionale transitorio Nella capitale libica, intanto, la situazione è calma, ma per le strade della città circolano solo i miliziani del leader Muammar Gheddafi, a bordo di 4X4, mentre gli abitanti escono di casa solo per comprare cibo o benzina, entrambi razionati. Un abitante ha detto che "Nella notte, le autorità hanno inviato degli sms agli abitanti di Tripoli per invitarli ad andare in banca a prendere 500 dinari (circa 290 euro)". Dopo Bengasi e Misurata, poi, anche la cittadina di Zawia, a una ventina di chilometri da Tripoli, sarebbe in mano ai rivoltosi: I ribelli si sono impossessati di molte armi, anche carri armaticontinuano gli scontri. Le città sono ormai in mano ai rivoltosi, che si organizzano già per il dopo Gheddafi e hanno annunciato la creazione di un Consiglio nazionale di transizione. Un organismo, secondo le parole dei suoi promotori, che si limiterà a coordinare le attività dei manifestanti e governerà le città già conquistate: "La proposta lanciata ieri dall’ex ministro della Giustizia, Mustafa Abdel Jalil - che aveva parlato di governo provvisorio - è solo una sua idea personale".

Yara accoltellata,il paese terrorizzato

Bergamo - Sono elementi "importantissimi" quelli acquisiti dagli investigatori dopo il ritrovamento del corpo di Yara. I primi, fra tutti quelli raccolti finora, veramente determinanti per le indagini. Ora si sa che Yara è stata accoltellata, almeno sei volte e che si è difesa, ha lottato con l'assassino, prima di essere abbandonata in un campo incolto ai margini del comune di Chignolo D'Isola (Bergamo), a pochi chilometri in linea d'aria dal suo paese natale, Brembate Sopra, da dove era scomparsa il 26 novembre scorso, giusto tre mesi fa.

Brembate di Sopra si stringe intorno alla famiglia della 13enne trovata ieri, a tre mesi esatti dalla scomparsa, a Chignolo d’Isola, a nove chilometri da dove il 26 novembre si erano perse le sue tracce. In mattinata, mentre i genitori erano all’istituto di medicina legale di Milano, gli inquirenti hanno fatto un nuovo sopralluogo dove è stato portato il cadavere della ragazzina. Il questore è ottimista: "Abbiamo trovato cose importantissime". Intorno al corpo sono stati infatti trovati anche un iPod e un telefonino. Domani la dottoressa Cattaneo, insieme a un’equipe di esperti, inizierà l’autopsia sul corpo che presenta lesioni compatibili con un arma da taglio al collo e alla schiena. Se è rimasto così a lungo all’aperto sarà più difficile trovare reperti biologi, ma si potranno avere le prime risposte su come e quando è morta la piccola Yara.

Ferite da arma da taglio Ferite compatibili con quelle di un’arma da taglio al collo, alla schiena e anche sui polsi. Alla ragazza sono state inferte almeno sei coltellate, alcune delle quali con molta violenza. L’ipotesi è che la ragazza sia stata prima colpita al collo, poi al polso, nel tentativo di difendersi, e infine alla schiena. Per stabilire se sono state queste lesioni a causare la morte di Yara si dovrà attendere l’autopsia. Gli inquirenti avvertono che "la cautela è d’obbligo", perché i segni sui polsi, così come le altre lesioni, non sono necessariamente da collegare a violenze e a tentativi di Yara di difendersi dai suoi aggressori, visto che potrebbero anche essere riconducibili alla lunga permanenza del corpo agli agenti atmosferici e ambientali. Gli investigatori prediligono infatti l’ipotesi che la tredicenne sia stata uccisa subito dopo la scomparsa e poi lasciata senza vita dove è stata trovata.

"Quello che si può dire a un primo esame - si limita a riferire il questore di Bergamo, Vincenzo Ricciardi - è solo che Yara non è stata uccisa con un’arma da fuoco". Quanto alle "tracce importantissime" che sono state trovate nei pressi del corpo, il questore precisa di riferirsi a elementi utili "solo per il riconoscimento di Yara". Non si tratta quindi, per ora, di elementi fondamentali per trovare l’assassino. L’iPod, la sim e la batteria del cellulare della ragazza sono intanto all’esame di polizia e carabinieri. Nessuna traccia invece del cellulare stesso, di marca Lg, che ha smesso di emettere segnali alle 18.55 del 26 novembre.

Accertamenti sul luogo del ritrovamento Una serie di accertamenti, sia scientifici che di polizia giudiziaria, sono stati compiuti anche nell’azienda proprietaria dell’area sterrata dove. Secondo indiscrezioni investigative si tratterebbe di "accertamenti di routine". Attraverso l’ingresso carraio della ditta, la Rosa & C. spa, è entrata una pattuglia con all’interno personale per i rilievi scientifici. Un cartello ben in vista davanti all’ingresso avverte che l’area "è videosorvegliata". Ieri pomeriggio i responsabili della sicurezza dell’azienda erano corsi sul posto per fornire agli investigatori le immagini delle telecamere di videosorveglianza, che sono state acquisite.

Manifestazione contro la nazione che usa il corpo.

La nazione ha molto a che fare con le donne, ma niente con la loro libertà. Per questo il senso della manifestazione del 13 febbraio, o almeno il senso che sembra esserne stato ricavato in area Pd, è problematico, se non preoccupante. Donne e Italia, donne e nazione vengono evocate come indissolubilmente legate, così che le donne simboleggiano il vero cuore della nazione (anzi, il suo «corpo»),

La rivoluzione del Nord africa

Liberismo di regime, la ricetta senegalese

Aprire le porte del paese a qualsiasi multinazionale in una logica totalmente liberista. Cementificare città e periferie. Concentrare i poteri in poche mani, possibilmente le sue e quelle del figlio Karim: sono questi gli ingredienti della politica del presidente del Senegal al potere dal 2000, Abdoulaye Wade, 85 anni, stato di salute non eccelso e ambulanza sempre al seguito. In vista delle presidenziali fissate per il 26 febbraio 2012 Wade vorrebbe cedere l'incarico al figlio Karim, già nominato ministro con delega alla cooperazione internazionale, alla tutela del territorio, trasporti aerei e infrastrutture. «In pratica il figlio è un primo ministro ombra - spiega una fonte - Grazie alla delega alle infrastrutture tratta con tutte le multinazionali e le aziende, con la cooperazione internazionale pesa sulla politica estera e fa gli affari più lucrosi con energia e trasporti aerei».
Se parli in giro con la gente, sia a Dakar che in altre cittadine, sembra che Wade non l'abbia mai votato nessuno. Né nel 2000 né nel 2006. Tantomeno sono disposti a votare lui o il suo partito, il Pds (Partito democratico senegalese), nel 2012. A Wade molti rimproverano di aver creato un sistema clientelare e corrotto, di essere un accentratore e di non rispettare la libertà di stampa. Per esempio, avrebbe comprato due frequenze radio per disturbare le comunicazioni dell'emittente indipendente Radio Cote Sud che trasmette sui 98,5. Il proprietario del giornale indipendente Le Quotidien, Madiambal Diagne, si è fatto sei mesi di prigione nel 2004 e così è stata sospesa per tre mesi la pubblicazione di un altro quotidiano, 24 Chrono, che nel 2008 aveva scoperto un'operazione di riciclaggio di denaro orchestrata dal Karim. Il governo per metterci una pezza ora sbandiera una legge che depenalizzerà i reati a mezzo stampa, ma al momento non è ancora passata alla camera. Il regime intanto impedisce manifestazioni non autorizzate o meglio autorizza solo quelle che gli sembrano innocue. Così proteste spontanee contro il carovita vengono regolarmente bloccate dal lancio di lacrimogeni. Per allontanare il pericolo di moti stile Tunisia o Egitto, il governo ha appena deciso di ribassare del 20% i prezzi del riso, dell'olio di semi e di beni di uso quotidiano come le bombole del gas. Ma dei rincari si lamentano tutti lo stesso: al mercato del Karmel, nella parte più antica di Dakar, c'è uno striscione che invita alla mobilitazione permanente contro l'aumento dei prezzi, argomento di conversazione in famiglia e per strada.
«L'elettricità è aumentata del 17% in due anni - spiega un pescatore di Yoff, un quartiere periferico nel nord di Dakar - in altri stati africani si paga solo l'installazione e il consumo è gratuito». Una donna della Medina, quartiere del centro che ha dato i natali anche al cantante Youssou N'Dour, spiega che un chilo di riso nel 2000 costava 150 franchi senegalesi (23 centesimi circa) e poche settimane fa, prima che il governo facesse il ribasso, è arrivato a 450. Una bombola di gas da 16 chili che permette alle famiglie di cucinare per una ventina di giorni, nel 2000 valeva 900 franchi, oggi ne servono 3500. La storia dell'autosufficienza alimentare che il governo sventola come biglietto da visita, poi è una chimera. Basta andare in periferia per trovare nelle drogherie quintali di riso thailandese e grano americano. «L'autonomia alimentare c'è solo nei piccoli paesi dove ognuno coltiva miglio e riso per la sua famiglia - dice un contadino di Casamance, nel sud del paese - È un'agricoltura di sussistenza basata su piccoli appezzamenti».
A Wade i senegalesi poi non perdonano i tagli all'istruzione e alla sanità. «Dicono di aver investito il 40% del Pil nell'educazione ma nessuno può controllarlo - dice il responsabile per i giovani della coalizione Bennoo Siggil Senagaal per la Medina, Aloune Cissè - In campagna viene mandata gente del partito che non ha fatto nessuno studio specifico e intanto gli insegnanti veri sono in sciopero perché non vengono pagati da tre mesi. Quanto alla sanità stanno chiudendo molti ambulatori nelle campagne, specie ai confini con Mali e Mauritania».
Sulla pesca il governo ha investito con un progetto specifico lanciato diversi anni fa, ma questo non è servito a sviluppare un'industria locale di lavorati e semilavorati, il mare è sempre più povero e la pesca si fa sempre con le piroghe. Per di più gira la voce che il governo abbia intascato un bel po' di soldi per dare le licenze a navi industriali cinesi che depredano le coste senegalesi senza neppure toccare terra. Così in campagna, i contadini (77,5% della manodopera) denunciano le confische di terreni per promuovere un'agricoltura estensiva in mano a grandi aziende o multinazionali e di sovvenzioni non si parla più dai tempi dei socialisti al governo prima di Wade. «L'unico sogno del presidente è costruire monumenti come quello su una delle colline di Dakar, costato 17 miliardi di Sefa (26 milioni di euro circa) - continua Cissè - e vendere tutto: privatizza le spiagge della costa cedendole agli alberghi. Ha venduto ai cinesi persino lo stadio di Hassan Djouf, dove si allenavano le squadre di serie A, dalla Grande Equipe alla Giraffe, e si giocava il campionato dei quartieri di Dakar. Politica zero, pensano solo a costruire e incassare». In effetti persino la riserva di Dakar, un'area nel quartiere di Yoff che veniva tenuta libera in caso fosse necessario sfollare gli abitanti di aree cittadine a rischio inondazione, è stata cementificata senza alcun piano regolatore, e aumentano gli appetiti sull'attuale aeroporto internazionale Leopold Sedar Senghor che verrà in parte dismesso quando sarà aperto il nuovo aeroporto Blaise Diagne, a 40 km dalla capitale. Fa gola anche la storica base militare francese, accanto alla Corniche, zona residenziale di Dakar, dove i soldati francesi saranno dimezzati grazie a un accordo firmato con Sarkozy.
Le elezioni rimangono un'incognita. In Senegal si contano 165 formazioni tra movimenti e partiti, però la partita si gioca fra una dozzina. Ma tutti hanno paura che Wade cambi le regole del gioco. Dopo la sconfitta subita alle amministrative del 2008 con la perdita di Dakar, potrebbe fare un colpo di mano e indire un turno unico: mentre i partiti dell'opposizione si scannano, il figlio potrebbe vincere.

 

Bomba in afghanistan,alpino morto.

La vittima è il tenente Massimo Ranzani

Esplode una bomba che colpisce un blindato Lince, feriti gravemente altri 4 soldati del quinto reggimento alpini

Ancora un altro militare morto in Afghanistan. Il tenente Massimo Ranzani, 37 anni, originario di Ferrara, appartenente al quinto reggimento alpini di stanza a Vipiteno, è morto e altri quattro soldati sono rimasti feriti gravemente nell'ovest dell'Afghanistan a seguito dell'esplosione di una bomba. I 4 feriti non sono in pericolo di vita. I talebani hanno rivendicato l'attacco. In un comunicato di due righe pubblicato sulla loro pagina web gli insorti hanno reso noto che «una mina terrestre collocata da un mujaheddin nell'area di Company del distretto di Adar Sang ha sventrato un automezzo in pattugliamento dell'Isaf», la Forza internazionale di assistenza alla sicurezza sotto comando Nato.

L'ATTENTATO - Un ordigno improvvisato ha colpito un veicolo blindato Lince del quinto reggimento alpini nei pressi di Shindand, nell'ovest dell'Afghanistan. A bordo del veicolo c'era una pattuglia di rientro da un'operazione di assistenza medica alla popolazione locale. I militari sono stati evacuati presso l'ospedale militare (Role 2) della base »Shaft« di Shindand, sede del comando della Task Force Center». L'utilizzo degli ordigni improvvisati, nonostante gli importanti progressi svolti dagli uomini della missione Nato per contrastarne la minaccia, rappresenta una delle modalità di azione tra quelle utilizzate dagli «insurgent» e, nel 30% dei casi, colpisce vittime civili.

NAPOLITANO - Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, appresa con «profonda commozione la notizia del gravissimo attentato perpetrato a Shindand, in Afghanistan, contro il contingente italiano impegnato nella missione internazionale Isaf» ha espresso i suoi «sentimenti di solidale partecipazione al dolore dei famigliari del caduto e un affettuoso augurio ai militari feriti».

 

BERLUSCONI - «È un tormento, un calvario e tutte le volte ci si chiede se questo sacrificio che impegna il parlamento con voto unanime e tutto il popolo italiano ad essere lì in un paese ancora medioevale sia uno sforzo che andrà in porto» ha detto invece il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Il premier ha quindi precisato: «dobbiamo andare avanti».

LA RUSSA - Il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha spiegato che il blindato stava effettuando un trasferimento insieme ad altri mezzi e a un'ambulanza e si trovava a 25 chilometri a nord di Shindand, nella zona ovest del paese. «Il mezzo era dotato di un sistema dissuasore elettronico - ha spiegato il ministro - che impedisce l'accensione dell'ordigno a distanza. Ma evidentemente è stato azionato a mano o con una frequenza non coperta. Ancora una volta i nostri ragazzi pagano un tributo altissimo di sangue al loro impegno per liberare l'Afghanistan e consegnarlo alle legittime autorità. Pagano un prezzo tremendo alla volontà della comunità internazionale di contrastare con ogni mezzo il terrorismo per consentire alle nostre nazioni di essere più serene e tranquille».

LA VITTIMA - Massimo Ranzani abitava a Santa Maria Maddalena, nel comune di Occhiobello in provincia di Rovigo, dove aveva la residenza con i genitori, il papà Mario di 62 anni e la mamma Ione di 58.

L'alpino Massimo Ranzani deceduto in Afghanistan

http://video.corriere.it/afghanistan-alpino-massimo-ranzani-vittima-attentato/44955e5c-4337-11e0-bd8e-86c2288d7465

Silvio: "Ne ho piene le scatole, sogno di tornare privato cittadino"



Polemica col Colle: "Interviene puntigliosamente su tutto". Critico riguardo all'iter legislativo: "Se a Napolitano non piace, la legge torna indietro. Se ai giudici non va, la impugnano"

Silvio Berlusconi, 74 anni (foto Ansa, Alessandro Di Meo)
Silvio Berlusconi, 74 anni (foto Ansa, Alessandro Di Meo)
 

Tocca anche il tema della magistratura, tirando in ballo Fini: "C’era un patto con la magistratura e con l’associazione dei magistrati per non fare la riforma della giustizia e cio’ che a loro non andava bene’’.  Dopo la diaspora del Presidente della Camera, ha spiegato Berlusconi, il governo potrà fare le cose che prima non era riuscito a fare.

LO SFOGO -  Berlusconi dice di avvertire la stanchezza, anzi, di averne "piene le scatole" e sogna "ad occhi aperti di tornare a fare il cittadino privato".  Il premier ha poi spiegato che "è costretto ad andare avanti con queste difficoltà, aiutato da validissimi compagni di viaggio", per "quell’altissima percentuale" di Italiani che sono dalla sua parte. "Il 51% degli italiani mi stimano, gli altri mi detestano". Ed è per quel 51% "che resterò" a far politica.
 

Una giornata all'insegna delle dichiarazioni per il premier. Berlusconi, infatti, si è già espresso a tutto campo questa mattina, durante una conferenza stampa al Palazzo Reale di Milano: "Il popolo della Libertà da quando è nato è il primo partito italiano", ha detto. Il presidente del consiglio ha poi confutato alcuni sondaggi apparsi sui "giornali di sinistra". "I nostri ci danno al 30,6%", sottolinea ammettendo che "con la diaspora di Fini abbiamo perso qualcosa". Non si tratta però tanto di chi è andato con Fini - spiegava - quanto alla crescita "dell'area degli indecisi".

E agli avversari fa sapere: "Ove il Terzo polo persistesse nella volontà di essere alleato con la sinistra i sondaggi ci danno un risultato del Terzo polo inferiore al 10% e Fli all’1,3%".

INTERCETTAZIONI - "Vi stupirà sapere che il presidente del Consiglio non ha un telefonino e non perché non possa averlo, ma perché è esposto a ogni tipo di intercettazione. Per questo ho rinunciato da tempo ad avere un telefonino". Berlusconi ha ribadito che "un paese in cui non si può parlare liberamente al telefono non è un paese libero e civile".

Il premier parla della legge sulle intercettazioni come di una legge "necessaria" perché l’uso che in Italia si fa delle intercettazioni "non è da Paese civile". E invece "una legge che tutti gli italiani aspettano - sottolinea - è ancora ferma in Parlamento".

GIUSTIZIA - "I tempi della giustizia sono troppo lunghi. Otto-dieci anni per la giustizia civile, e 14 o 16 per quella penale. E’ stata l’Europa a sollecitare una riforma, ma dato che io sembro essere il protagonista della storia dell’Universo, e avrei qualche beneficio, non si può fare". Berlusconi ha quindi ricordato di avere avuto "103 procedimenti, con oltre 50 andati a dibattimento".

Il presidente del Consiglio rilancia la necessità di fare una legge sul processo breve: "Se però c’è di mezzo Berlusconi - osserva il premier - non si può fare una legge giusta". "Il fatto che ne avrei qualche beneficio anch’io, che sono l’unico e insuperabile indagato della storia dell’umanità, di tutti i tempi, fa sì che non vogliano questa legge anche se è giusta".

"NON HO POTERI" - "I padri costituenti - ha poi affermato - dopo 20 anni di fascismo hanno pensato di distribuire il potere tra Parlamento, Capo dello Stato e Corte Costituzionale privando di ogni potere il presidente del Consiglio".

SCHERZA SUL BUNGA BUNGA - Come spesso accade spazio alle gag: "Siete così simpatici che vi invito tutti al bunga bunga. Si fanno due battute, quattro salti, si beve qualcosa: niente di proibito, resterete delusi, ma almeno siete avvisati".



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Milano, 28 febbraio 2011 - Il premier è intervenuto a un convegno di Confcommercio e ha rilasciato dichiarazioni in merito ai pochi poteri attribuiti al governo e al presidente del consiglio nel fare le leggi: "Quando il governo decide di fare una legge, questa prima deve passare" dal Quirinale e deve passare il vaglio "di tutto l’enorme staff che circonda" il Capo dello Stato, staff che "interviene puntigliosamente su tutto". E ancora,  "se al capo dello Stato o al suo staff non piace una legge, torna indietro alla Camera e al Senato”. Al pari, sempre secondo il premier, “dei giudici di sinistra, ai quali se la legge non va la impugnano e poi la Corte costituzionale la abroga”. 

Usa: «Gheddafi può andare in esilio»

MILANO - L'esilio per Gheddafi «è una possibilità». L'apertura è della Casa Bianca. Il portavoce, Jay Carney, ha detto che «tutte le opzioni restano sul tavolo, compreso l'esilio». In questa ipotesi non si capisce però come ciò possa collegarsi con l'inchiesta sulle violenze in Libia, che potrebbe essere aperta dalla Corte penale internazionale (Cpi) entro pochi giorni, come ha dichiarato il procuratore della Cpi, Luis Moreno-Ocampo. Inoltre l'Ue ha deciso di adottare sanzioni contro Gheddafi e il commissario Ue all'energia, Gunther Oettinger, ha riferito che Gheddafi non controlla più i principali campi petroliferi del Paese. Il Pentagono ha spostato vicino alla Libia la portaelicotteri d'assalto Kearsage con a bordo un contingente di oltre 1.800 marines. La nave trasporta cinque caccia bombardieri a decollo verticale Harrier, 42 elicotteri CH-46 Sea Knight e sei SH-60F Seahawk.

GHEDDAFI: «NON LASCERO' MAI LA LIBIA» - Il leader libico Muammar Gheddafi è tornato a parlare, questa volta non più in pubblico ma con intervista a Abc, Bbc e Sunday Times e di fatto risponde all'ipotesi dell'esilio: nella quale ha escluso di poter accettare l'offerta di un salvacondotto e l'esilio come via d'uscita alla crisi. Il Colonnello ha chiarito che non intende «lasciare il proprio paese. Tutto il popolo mi ama e morirebbe per proteggermi». Ha poi detto di essersi sentito tradito da alcuni paesi occidentali con i quali aveva costruito relazioni negli ultimi anni e li ha accusati di aver tentato di colonizzare la Libia. Il raìs ha poi aggiunto che «forse gli Usa vogliono occuparci». Nell'intervista il leader libico ha poi aggiunto di non aver mai ordinato di sparare sui manifestanti. Gheddafi ha negato anche di voler usare armi chimiche una volta messo alle strette: «sono armi terribili, non vedo come uno possa usarle contro i nemici, figuriamoci contro il proprio popolo», ha risposto il rais libico. La Libia avrebbe ancora nei suoi arsenali alcune tonnellate di iprite.

NO-FLY ZONE - Londra sta lavorando insieme ai propri alleati per stabilire una no-fly zone sopra la Libia, ha riferito il premier britannico David Cameron, aggiungendo di non escludere «assolutamente» l'uso di forze militari. Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, avverte: «Serve una decisione del Consiglio di sicurezza dell'Onu che tenga conto delle implicazioni e delle conseguenze. Tutti i ministri che ho incontrato dicono che bisogna andare avanti sulla discussione sulle conseguenze di una no-fly zone. Credo che bisogna tornare a discuterne in termini pratici».

MISURATA - Sul fronte militare, truppe fedeli a Gheddafi nella base aerea di Misurata sono state attaccate la scorsa notte dagli oppositori del Colonnello. Secondo i ribelli gran pare della base è ora passata sotto il loro controllo. Un velivolo (secondo alcune fonti un elicottero, secondo altre un aereo) ha sparato lunedì sulla sede di Radio Misurata. Lo riferisce Al Arabiya. Testimoni hanno detto che il velivolo sarebbe stato abbattuto e l'equipaggio catturato. Inoltre un centinaio di cadetti dell'accademia militare di Misurata si sarebbero ribellati agli ordini dei superiori fedeli a Gheddafi. Gli allievi sarebbero poi stati trasferiti a Tripoli, sostengono i siti internet dell'opposizione. Jet fedeli a Gheddafi avrebbe colpito depositi di munizioni ad Adjabiya e Rajma, nell'est della Libia. Secondo testimonianze, il bombardamento di Adjabiya avrebbe prodotto solo danni lievi e nessuna vittima.

TRIPOLI - Intanto gli oppositori, dopo aver formato un Consiglio nazionale a Bengasi, stanno iniziando a muoversi verso ovest per unirsi alle forze contrarie a Gheddafi nei pressi di Tripoli e lanciare l'assalto finale alla capitale. A Tajura, alla periferia est di Tripoli, lunedì pomeriggio circa 400 persone hanno inscenato una manifestazione anti-Gheddafi che le forze di sicurezza hanno tentato di disperdere sparando colpi in aria. Lo riferisce l'inviato dell'emittente Bbc, aggiungendo che i manifestanti gridavano slogan come «il sangue dei martiri non è stato versato invano». Negli ospedali di al-Marj, in Cirenaica, sono stati ricoverati dodici feriti «aggregiti da bande armate che circolano nella città», secondo quanto riferisce la tv di Stato.

SANZIONI UE - L'Ue ha adottato con una decisione unanime del Consiglio un pacchetto di sanzioni contro il regime di Gheddafi che vanno oltre quelle già varate dall'Onu. La scelta comprende l'embargo sulle armi e il divieto di viaggiare nell'Unione. I 27 della Ue hanno anche detto che congeleranno i beni di Gheddafi, della sua famiglia e del governo, mentre è vietata la vendita di prodotti come gas lacrimogeni ed equipaggiamento anti-sommossa, hanno riferito fonti diplomatiche. L'embargo dovrebbe entrare in vigore nei prossimi giorni. L'Ue sta pensando di convocare anche un vertice straordinario «nel fine settimana» sulla crisi libica, come richiesto dal presidente francese Nicolas Sarkozy. Lo ha riferito una fonte diplomatica all'Afp.

 

«IMPERIALISTI» - «Se gli imperialisti occidentali ci attaccano, ci saranno migliaia di morti», ha detto Ibrahim Moussa, portavoce del governo libico. «L'occidente vuole il nostro petrolio, Al Qaeda vuole una base sul Mediterraneo per minacciare l'Europa», ha aggiunto. «Abbiamo catturato centinaia di terroristi islamici, anche legati ad Al Qaeda. Li stiamo interrogando e, se sarà possibile, ve li faremo incontrare in carcere», ha detto rivolto ai giornalisti occidentali. Secondo Debka, sito vicino ai servizi segreti israeliani, centinaia di consiglieri militari statunitensi, britannici e francesi sarebbero già in Cirenaica per collaborare con gli insorti contro il regime di Gheddafi.

Posto di blocco a Tripoli delle truppe gheddafiane (Reuters)
Posto di blocco a Tripoli delle truppe gheddafiane (Reuters)

RIFUGIATI - L’Alto commissario Onu per i rifugiati, António Guterres, esprime preoccupazione per le decine di migliaia di rifugiati e altri cittadini stranieri che potrebbero essere intrappolati in Libia. «Non ci sono gli aerei e le navi necessarie per evacuare le persone provenienti da paesi poveri o devastati dai conflitti», ha detto Guterres. Le organizzazioni per i diritti umani lanciano l'allarme sulle sorte di migliaia di africani sub-sahariani presenti in Libia, presi di mira dai rivoltosi perché sospettati di essere mercenari al soldo di Gheddafi. Secondo il racconto di alcuni testimoni, raccolto da Al Jazeera, decine di lavoratori africani potrebbero essere stati uccisi, mentre in centinaia si nascondono per non cadere vittime della caccia «ai mercenari neri africani».

Bambino palestinese arrestato da Polizia israeliana

http://video.corriere.it/bimbo-palestinese-inseguito-arrestato-polizia-/4032022e-4333-11e0-bd8e-86c2288d7465

Lovere nel caos,scoppiano tubi di una fabbrica

Una fabbrica di Lovere nei pressi di bergamo per eccessiva produttività ha fatto scoppiare i tubi di scarico e l'aria era talmente inquinata che le forze dell'ordine hanno portato gli abitanti 8km lontani dalla fabbrica.In ospedale si stanno facendo visite e il paese è ancora preoccupato.